Bianco e blu

Ho sentito come un piccolo schizzo d’acqua sul dorso della mia mano destra. Non c’è una nuvola, e non ho piante vicino, o terrazzi o finestre sopra la mia testa. Solo un cielo sgombro. Dev’essere stato lo starnuto di un passero (possono starnutire, gli uccelli? Probabilmente no). O forse è stato uno di quegli strani scherzi della circolazione sanguigna, che ci confonde il senso del tatto, solleticandoci da dentro.
Però tira un po’ di vento. E il vento, associato alla mia umida e invisibile sensazione, mi ha fatto sentire quasi come se fossi sul ponte di un traghetto. Io solo, sulla nave, come qualche settembre fa. Io con le braccia e le ciglia un poco salate, con quel solletico appena appena freddo ed istantaneo dell’acqua sollevata, in una nebbiolina spessa, dal solco potente della chiglia e dal vento che la sparpaglia. E quei puntini di spuma che turbinano, portando più forte l’odore del mare alle mie narici. Goccioline bianche sul mio muso e blu intenso d’oltremare come fosse l’unico colore che vale la pena guardare. E questa sensazione sul dorso della mano, come fosse il sangue che pensa a quella salina acqua nebulizzata, che svelta lucida e lenta corrode lo smalto bianco del ferro della nave. Forse è il sangue stesso che ha bisogno di sale; forse la mente, che ha desiderio di salpare; o forse è il Tirreno, che da lontano si diverte a chiamare. Qualcosa di vero, ma niente di reale. Eppure il vento continua a tirare.

Vivere, quindi

«Vivere è appartenere a un altro. Morire è appartenere a un altro. Vivere e morire sono la medesima cosa. Ma vivere è appartenere a un altro dal di fuori, e morire è appartenere a un altro dal di dentro. Le due cose si somigliano, ma la vita è il lato di fuori della morte. Perciò la vita è la vita, e la morte la morte, perché il lato di fuori è sempre più vero del lato di dentro, tanto che è il lato di fuori quel che si vede.»

(Fernando Pessoa, da “Una sola moltitudine”)

E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i grandi flutti del mare e i larghi letti dei fiumi e l’immensità dell’oceano e il corso delle stelle; e trascurano se stessi.

L’amore è fiato e sudore
che si mescolano in un letto
mentre fuori piove,
è fiumi di parole
che scorrono su labbra tumide
avide, oscene;
è infilarsi un pigiama nuovo
d’inverno,
è un bagno caldo,
è sesso, senso, essenza,
speranza senza fine;
è un fiore finto,
è paura, menzogna,
polvere al vento,
è una bottiglia vuota
scagliata contro il muro,
e io, io ne ho bisogno,
come del pane.

Se una foresta è in fiamme e tu hai solo un secchio d’acqua, sii contento di salvare almeno un albero.

 

Julio Cortázar, Chi scrive i nostri libri. Lettere editoriali, edizioni sur [a cura di Giulia Zavagna; in uscita a fine agosto 2014].

É demais, é pesado, não há paz

É demais, é pesado, não há paz

e poi, alla fine, tutto si aggiusta. 
le cose si rompono per farsi aggiustare 
le giornate le fortune gli oggetti i coglioni 
ma basta un pomeriggio ad aggiustare una settimana. 

ricordarsi di non aver avuto tutto dalla vita 
ma di aver avuto molto 
un talento una possibilità 
i soldi per un’auto 
che sarà roba materiale 
ma in questa vita materiale, serve
vale.
parlare nel pomeriggio e notare di aver…

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-Ti voglio bene.
- Mi ami?
- No, però ti voglio bene.
- Dunque mi ami?
- No, quasi.
- Quindi mi vuoi benissimo, secondo me.
- Si, benissimo.
- Quali sono i livelli?
- Ti ho voluto abbastanza bene, poi bene, ora benissimo.
- Potresti dunque passare dal benissimo ad amarmi?
- E’ plausibile.
- Che differenza c’è tra benissimo e amare?
- La morte.
- La morte?
- La morte.
- Mi spieghi?
- Se ti amo voglio morire per te, tipo che ti salvo dall’incendio e muoio, se ti voglio benissimo, dipende.
- Vuoi dire che se mi trovo nell’incendio, tu oggi come oggi non saresti sicuro di sfidare le fiamme per salvarmi ed eventualmente morire arso vivo nel fuoco?
- Temo di starlo dicendo ma dovrei trovarmi nella situazione.
- Stasera io farò l’amore con un giovane uomo biondo.
- Perchè me lo dici?
- Sono sincera.
- Vuoi ingelosirmi?
- No!
- Secondo me vuoi.
- Si un po’ voglio.
- Ci sei riuscita.
- Grazie!
- Prego!
- Puoi evitare di fare l’amore con questo giovane questa sera e venire a mangiare la pizza con me?
- No, ne ho voglia.
- Lui non si lancerebbe nel fuoco per te.
- Non lo so.
- Non sto domandando, sto affermando, lui non lo farebbe.
- Come fai a saperlo?
- Lo deduco dal fatto di non aver mai conosciuto un uomo morire per amore.
- E’ una deduzione debole.
- Però ho conosciuto uomini che più lacrime non hanno.
- Se vengo a fare la pizza con te poi faremo l’amore?
- Non “a fare”, a mangiare la pizza.
- Si, mi sono sbagliata.
- E’ un lapsus.
- Dici?
- Dico.
- Non hai risposto alla mia domanda!?
- Quale?
- Dopo la pizza, l’amore?
- No!
- Perché?
- Perché se facciamo l’amore e mi piace tantissimo potrei passare dal volerti benissimo ad amarti il che sarebbe pericoloso per la mia vita.
- E’ vero, soprattutto in caso d’incendio.
- Esatto.
- Allora vado, devo farmi bella per il mio amico biondo.
- Ti amo!
- Non è vero!
- Hai ragione!
- Lo so.
- A dopo?
- A spero il più presto dei dopo.

Guido Catalano

(s’intende, è robaccia. epperò si lascia piacere. come i capi vecchi a tre o cinque euro l’uno ai mercatini dell’usato. ti giustifichi dicendoti: mal che vada, li indosserò una volta o due soltanto.)

(Fonte: tuprendimilemani, via oltreoceano)

Rese, grazie

viviamo immersi nel liquido assordante di un’immensa illusione. non c’è scampo alle bugie di chi comanda questo pianeta; non c’è possibilità di riscattarsi davanti all’onnipotenza delle oligarchie. possiamo solo cercare di essere liberi a modo nostro: nel pensiero, come l’uccello Leonard Cohen sul filo della sua canzone; nella partecipazione, come Vittorio Arrigoni nella sua dimensione…

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I did my best, it wasn’t much
I couldn’t feel, so I tried to touch
I’ve told the truth, I didn’t come to fool you - And even though it all went wrong

Giugno

bestiario:

Passo dal campetto verso le 18,20. Fra i buchi della rete ci sono sempre magliette rosse scolorite infilate nei rombi e nei quadrati di metallo, ai piedi della rete ci sono bottigliette calde di coca cola, biciclette parcheggiate sull’erba. Sulla discesa ci sono sempre solo io e il cane da caccia vecchissimo, il setter bianco e nero pelle e ossa e la scultura in bronzo del cinghiale (ancora oltre troviamo la statua in pietra a forma di leone, la palma e i cespugli potati ad animali, così ci piace); infine la casa in stile spagnolo, con il caseggiato per i campanelli. Sulla collina, nel punto più in alto, la chiesa rosa protagonista del matrimonio dei miei genitori. Smettono quasi di giocare, ogni giorno. Non sono miei ex bimbi, sono fratelli, cugini, amici e vicini di molti miei ex bimbi. Sento i commenti sul mio culo e con la coda dell’occhio vedo il pallone morire sull’angolo della rete. Sento gli sguardi sulla nuca, non sento nessuno sguardo sul culo. Mi seguono per tutta la salita e per molti metri della discesa. Parlano piano, ma sanno di essere ascoltati. Il pallone si solleva sempre di cinque o sei metri, sbatte sul cemento con quel rumore conosciuto da tutti. Sull’asfalto c’è sempre il sole. Non voglio mai andare a recuperare la palla, voglio sempre lasciarla sul cemento, spingerla di lato. “Dai, dai.Ti prego, non lo facciamo più.” Hanno 19 anni, sembrano usciti da un film. Sono magri e abbronzati, hanno bici piccole con manubri da extraterrestri. Guidano sempre senza mani, con magliette smanicate e cappellini con la visiera. Ho sempre paura di avere un tiro troppo basso, ho sempre paura di insaccare il pallone nella rete. Non sbaglio mai. Faccio sempre una smorfia, dico sorridendo qualcosa come “razza di cretini” e vedo le loro braccia sollevarsi in segno di saluto e ringraziamento. Mi salutano sempre al rallentatore.