Stanotte

Stanotte, com’è? Stanotte, anche più del solito. Stanotte penso a un uomo coricato in un bel posto. Stanotte, quell’uomo non ha il mio viso né la mia schiena. Stanotte penso a un altro uomo che sta dove dovrei stare io: me me accorgo, lo scopro, lo scorgo, m’incazzo. Stanotte non sono l’uno, non sono l’altro, sono l’altro ancora. Stanotte sono l’altro di chiunque e il nessuno di tutti. Stanotte sono l’ultimo, non meno del solito. Stanotte sono una puttana, però disoccupata. Stanotte sono senza una lira, in bolletta, anche più del solito. Stanotte, la notte non mi fa credito. Stanotte è troppo cara. Stanotte, la notte non è carina con me. Stanotte, com’è che pago? Stanotte il pensiero è un debito, la percezione un’usuraia. Stanotte sei qui, ma non ci sei. Stanotte, così iniqua, anche più del solito. Stanotte c’è un enorme tappeto, antico e rosso e costellato di geometrie mozzafiato, tessuto da ventotto miliardi di fili, una meraviglia iraniana, caldo e morbido di lana afghana, da dormirci o morirci sopra. Stanotte il tappeto brilla e mi va di ammirarlo, desiderarlo a casa mia, o desiderare me stesso arrotolato dentro di esso, laggiù in Persia. Stanotte l’immaginazione vaga tra uomini ignoti e ignorati e velli d’oro d’Oriente e tu, e niente pare aver senso, ma tutto ne ha. Stanotte l’immaginazione tinge di blu il rosso, trasforma le geometrie in stelle, tramuta il tappeto in cielo. Stanotte non invento niente, i tappeti blu sono già cieli stellati, cieli da mille e una notte, è così da mille anni più altri mille, da prima che si inventasse la parola invenzione, così come suona oggi. Stanotte è un nodo turco. Stanotte è un tappeto musicale, per ficcarci i pensieri sotto, anche se non funziona. Stanotte è una canzone, però nordamericana, non mediorentale. Stanotte è senza guerra, però è ugualmente trincea. Stanotte è pacifica e sola, ma più sola che pacifica. Stanotte il vello del tappeto è bello più che mai, pesante più che mai, e non è giusto né possibile sollevarlo per ficcarci la polvere sotto. Stanotte non si fa finta di niente. Stanotte, cos’è? Stanotte è proprio autunno. Stanotte è silenziosa, ma così tanto che è rumorosa. Stanotte è polverosa, anche più del solito. Stanotte, come ce ne saranno altre, magari non mille. Stanotte, sono nessuno. Stanotte, com’è.

Colabrodo

Dovrei scriverti, scriverti, scriverti.
Non scrivere a te. Fossi matto. E lo sono. Ma non sono scemo.
Avevo capito, non abbastanza. Ora, credo di capire un po’ di più. E di non esser scemo, non ne sono più tanto certo.
Ma devo scriverti, scriverti, scriverti,
Come dei bozzetti, degli studi per un ritratto, ma a parole.
Prendermi il pensiero, versarmelo fuori. La mia testa come una zuppiera fumante. La scrittura come un colino. Cola via la parte liquida del pensare, inafferabile, senza forma. Ma restano in sospensione grumi e particelle solide, abbastanza grandi da non attraversare le maglie di metallo o di filo cerato. Frammenti solidi da poter guardare: quelli saranno le parole. Scriverti. E di fatto, scrivermi.

 

C’è il verbo snaturare, ci dev’essere pure innaturare,
con cui sostituisco il verbo innamorare
perché succede questo: che risento il corpo,
mi commuove una musica,
passa corrente sotto i polpastrelli,
un odore mi pizzica una lacrima, sudo, arrossisco,
in fondo all’osso sacro
scodinzola una coda
che s’è
persa.

Mi sono innaturato: è più leale.
M’innaturo di te quando t’abbraccio.


Erri De Luca

Bianco e blu

Ho sentito come un piccolo schizzo d’acqua sul dorso della mia mano destra. Non c’è una nuvola, e non ho piante vicino, o terrazzi o finestre sopra la mia testa. Solo un cielo sgombro. Dev’essere stato lo starnuto di un passero (possono starnutire, gli uccelli? Probabilmente no). O forse è stato uno di quegli strani scherzi della circolazione sanguigna, che ci confonde il senso del tatto, solleticandoci da dentro.
Però tira un po’ di vento. E il vento, associato alla mia umida e invisibile sensazione, mi ha fatto sentire quasi come se fossi sul ponte di un traghetto. Io solo, sulla nave, come qualche settembre fa. Io con le braccia e le ciglia un poco salate, con quel solletico appena appena freddo ed istantaneo dell’acqua sollevata, in una nebbiolina spessa, dal solco potente della chiglia e dal vento che la sparpaglia. E quei puntini di spuma che turbinano, portando più forte l’odore del mare alle mie narici. Goccioline bianche sul mio muso e blu intenso d’oltremare come fosse l’unico colore che vale la pena guardare. E questa sensazione sul dorso della mano, come fosse il sangue che pensa a quella salina acqua nebulizzata, che svelta lucida e lenta corrode lo smalto bianco del ferro della nave. Forse è il sangue stesso che ha bisogno di sale; forse la mente, che ha desiderio di salpare; o forse è il Tirreno, che da lontano si diverte a chiamare. Qualcosa di vero, ma niente di reale. Eppure il vento continua a tirare.

Vivere, quindi

«Vivere è appartenere a un altro. Morire è appartenere a un altro. Vivere e morire sono la medesima cosa. Ma vivere è appartenere a un altro dal di fuori, e morire è appartenere a un altro dal di dentro. Le due cose si somigliano, ma la vita è il lato di fuori della morte. Perciò la vita è la vita, e la morte la morte, perché il lato di fuori è sempre più vero del lato di dentro, tanto che è il lato di fuori quel che si vede.»

(Fernando Pessoa, da “Una sola moltitudine”)

E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i grandi flutti del mare e i larghi letti dei fiumi e l’immensità dell’oceano e il corso delle stelle; e trascurano se stessi.

L’amore è fiato e sudore
che si mescolano in un letto
mentre fuori piove,
è fiumi di parole
che scorrono su labbra tumide
avide, oscene;
è infilarsi un pigiama nuovo
d’inverno,
è un bagno caldo,
è sesso, senso, essenza,
speranza senza fine;
è un fiore finto,
è paura, menzogna,
polvere al vento,
è una bottiglia vuota
scagliata contro il muro,
e io, io ne ho bisogno,
come del pane.

Se una foresta è in fiamme e tu hai solo un secchio d’acqua, sii contento di salvare almeno un albero.